Nota biografica
Trascorse l'infanzia nella tenuta paterna di Rebbio, presso Monte Caprino, a pochi chilometri da Como. Nel 1890 la famiglia si trasferì a Milano, dove il giovane Linati frequentò le scuole medie inferiori. Nel 1893 venne iscritto al convitto nazionale Cicognini di Prato, dove frequentò, con non brillanti risultati, il ginnasio e il liceo. Negli anni della residenza scolastica compose i primi versi.
Nel 1897, con il cugino A. Bonfanti, compì una lunga peregrinazione cicloturistica nella Svizzera centrale, e rientrò in Italia attraverso l'Engadina e il Tirolo. Diplomatosi nel 1899, dopo aver ripetuto l'esame di licenza liceale, si iscrisse, seguendo una direttiva paterna, alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino, dove fu attratto soprattutto dalle lezioni di medicina legale tenute da C. Lombroso. Si laureò nel 1906 all'Università di Parma, dove, nel frattempo, si era trasferito. Dopo la laurea prese a frequentare i circoli letterari milanesi, entrando in contatto con artisti e letterati come il pittore A. Bonomi, illustratore dei suoi primi libri, G. Treves, S. Benelli, Guido da Verona, U. Notari e F.T. Marinetti.
Con Notari e Marinetti fondò il settimanale "Verde e azzurro", nato con lo scopo di propagandare e sostenere l'industria alberghiera nazionale, lo sport e lo stile di vita brillante e sfarzoso della belle époque.
Frattanto, di fronte alle pressioni paterne, Linati, pur riluttante, accettò di frequentare come praticante l'ufficio dell'Avvocatura erariale di Milano. Tali esperienze confluirono, in forma parodizzata e favolistica, nella sua prima prosa "Il tribunale verde" (1906, poi ripubblicato, come "Natura ed altre prose selvatiche", 1919). Questa, come le altre opere giovanili - il volume di racconti "Cristabella" (1909), che contiene novelle grottesche e fantastiche, e "Portovenere. Immagini e fantasie marittime" (1910) - rivelano una linea di sperimentazione che sconfina nei territori del grottesco, financo macabro, e del fantastico.
Nel 1911 "Duccio di Bontà", opera di stampo autobiografico.
Il 1913 fu l'anno, determinante, del viaggio in Irlanda, via Londra, a seguito dell'amico F. Leoni, che gli fece conoscere il nuovo teatro nazionale irlandese di J.M. Synge, W.B. Yeats e S. O'Casey. Al ritorno il Linati tradusse le opere teatrali più significative di Yeats e diede alle stampe un primo volume di "Tragedie irlandesi" (1914), cui fece seguire le traduzioni delle "Commedie irlandesi" di lady Isabella Augusta Gregory (1916) e dei drammi di Synge ("Il furfantello dell'Ovest e altri drammi" (1917).
Nel 1916, come sottotenente del genio, il Linati fu inviato di stanza a Bassano, dove trascorse due anni relativamente tranquilli, potendo continuare a scrivere e a tradurre. Uscì "Barbogeria" (1917) e si intensificarono i lavori di traduzioni di testi dall'inglese (M.H. Hewlett, Th. De Quincey, R.L. Stevenson, H. James).
Il trasferimento a Breganze, sull'Astico, lo riportò alla cruda realtà della guerra, alla disfatta di Caporetto (1917), da lui vissuta con sofferta partecipazione. Al ritorno dal fronte ricevette la prima lettera (in italiano) di J. Joyce con la proposta di tradurre una sua novella. Ebbe inizio, così, tra i due un nutrito scambio epistolare e una collaborazione che si concluse solo con la morte dello scrittore irlandese.
Nei primi anni Venti, il L. fu particolarmente attivo sul fronte della pubblicistica: nel 1920 fondò, con E. Levi, C. Angelini ed E. Ferrieri, "Il Convegno", rivista letteraria e di tutte le arti, cui collaborò con prose sparse e traduzioni (nel 1920 uscì la prima traduzione del dramma joyciano "Esuli"). Offrì il suo contributo come elzevirista per "Il Secolo" di M. Missiroli, "Il Resto del carlino", "L'Ambrosiano" e per il "Corriere della sera". Il 1922 è l'anno di uscita di nuove opere: "Issione il polifoniarca", un pastiche comico-mitologico, e la raccolta di racconti "Malacarne". Ma fu soprattutto con "Le tre pievi" (Milano), libro narrativo-turistico ambientato sul lago di Como, che il Linati acquisì presso il mondo culturale italiano una sorta di monopolio letterario della Lombardia, in particolare del Comasco.
Nel 1930 ricevette, infatti, dal Touring Club italiano (TCI) l'incarico di redigere "La regione dei laghi" (1931). La vocazione e la fedeltà alla sua regione lo portarono, inoltre, a occuparsi variamente di scrittori e cose lombarde, come dimostra l'antologia "Le più belle pagine di G. Parini" (1924), il saggio "Un romanziere lombardo: E. De Marchi" (1926), la cura di una nuova edizione del "Marco Visconti" di T. Grossi (1926), per finire con la fondamentale edizione critica delle "Opere" di Dossi (1944).
Accanto al filone lombardo, il coltivò le traduzioni dall'inglese e la critica letteraria indirizzata all'area angloamericana. Delle sue scoperte egli rese conto principalmente in una rubrica di carattere informativo tenuta sul "Corriere della sera", continuando a occuparsi di Joyce (nel 1926 uscì un brano della prima versione italiana di "Ulisse"), e presentando autori come O. Williams, E. Hemingway e D.H. Lawrence.
Negli anni del dopoguerra e del regime, il Linati si tenne in disparte, senza affrontare problemi sociali e politici, anche se fu tra i firmatari del manifesto antifascista di B. Croce. Nell'attività letteraria, se preferì impegnarsi sul fronte del giornalismo turistico e degli studi di anglistica, non tralasciò tuttavia la vena narrativa.
Celebri sono le "Storie di bestie e di fantasmi" (1925) silloge di racconti chiaramente ispirati da R. Kipling. Altri lavori nascono, invece, da spunti legati sia alla modernità e alla crescente curiosità del pubblico per le mode e l'attualità (come nel romanzo "La principessa delle stelle", 1929), sia a itinerari sentimentali, notazioni paesistiche e pittoriche, divagazioni artistiche e naturali ("A vento e sole. Pagine di vagabondaggio", 1939; "Passeggiate lariane", 1939; "Aprilante", 1942).
Lo scoppio della seconda guerra mondiale fu per Linati lo sbocco inevitabile di quella ondata di feroce follia da lui prefigurata in "Decadenza del vizio e altri pretesti" (1941). Negli ultimi anni - contrassegnati da un ozio operoso, trascorso in compagnia della moglie, Anna Silvia Bonsignore, sposata nel 1941 - si occupò soprattutto di traduzioni di testi anglosassoni.